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Sistema di accoglienza

Diritti: un anno dopo la strage di Lampedusa ancora quell'agonia non ha fine

LampedusaL'Huffington Post, 03-10-14
Luigi Manconi, Valentina Brinis
Perché non possono arrivare attraverso viaggi legali e sicuri? Perché non possono prendere l'aereo e atterrare qui da noi, come tutti? Sono queste le domande inevitabilmente retoriche che ci si pone di fronte ai naufragi che avvengono nel Mediterraneo, in cui perdono la vita migranti e fuggiaschi diretti verso l'Europa. Come è accaduto esattamente un anno fa al largo di Lampedusa. In quell'occasione, era il 3 ottobre del 2013, morirono 366 tra donne uomini e bambini.

Oggi, proprio in quel luogo, a poche miglia dal porto dell'isola, si è tenuta la commemorazione delle vittime. Erano presenti i loro familiari e i superstiti. Erano lì a far valere la memoria di quel giorno tragico, dando volti, parole e biografie a chi non ce l'ha fatta a terminare quel viaggio estenuante, a toccare terra e a ricominciare. Hanno intonato canti funebri che con difficoltà riuscivano a concludere: i singhiozzi e le grida di dolore erano impossibili da soffocare. A bordo di una nave della Guardia Costiera hanno raggiunto il punto in cui è ancora oggi sommerso il peschereccio su cui navigavano. Era come se il barcone della morte fosse appena affondato. Sembrava di assistere in diretta al naufragio, tanto era forte la sensazione di desolazione che si respirava. Era come se le grida fossero quelle di chi stava annegando, ma tra le voci c'era anche quella di chi si era salvato, di chi in quel posto tornava dopo che, un anno prima, proprio lì, la sua vita era cambiata. Da quel momento in poi, infatti, sono stati proprio loro, i sopravvissuti, a portare il peso di chi non ce l'ha fatta, a volerne raccontare la storia, nella speranza - così esile da rischiare costantemente di restare delusa - di renderla componente preziosa di una possibile memoria collettiva.

Sappiamo quanto ciò sia difficile e quanto la rimozione sia un tratto essenziale del carattere nazionale degli italiani. Un popolo, il nostro, che non è stato capace di fare della grandiosa vicenda di emigrazione di quaranta milioni di italiani - quelli che in un secolo e mezzo hanno lasciato il nostro paese per tentare le vie del mondo - un fattore dell'identità collettiva e dell'immaginario condiviso. Un popolo che, di conseguenza, ha difficoltà a riconoscere nei volti e nelle sofferenze di chi sbarca sulle nostre coste, i volti e le sofferenze dei nostri nonni. E così si rischia anche di volersi "liberare" in fretta di un'esperienza importante e di un ricordo positivo quale potrebbe essere il soccorso prestato ai 135mila migranti salvati dall'operazione Mare Nostrum. Un Paese sfilacciato come il nostro che, se fotografato dall'alto, offrirebbe di sé un'immagine drammaticamente sgranata, avrebbe potuto fare del soccorso prestato a quegli infelici un motivo di fierezza nazionale, una sorta di patriottismo cosmopolita ed europeista, un motivo di identità.

E, invece, sembriamo vergognarcene. Non così gli uomini della Marina e della Capitaneria di Porto, tanti, con i quali ho parlato oggi e che sembravano aver trovato il senso profondo del loro mestiere (forse persino di una loro antica vocazione) nell'aver tirato in salvo quanti il mare stava per inghiottire. Poi c'è una incombenza davvero crudele alla quale assolvere: alcuni dei sopravvissuti non dispongono ancora della certezza che all'interno di quelle bare ci siano i corpi dei loro familiari. Quei cadaveri potrebbero essere, infatti, ancora sul fondo del mare.
In altre parole, un rito funebre iniziato un anno fa deve ancora trovare la sua conclusione. Come un'agonia senza fine.

Fonte immagine: www.today.it

Pubblicato: Mercoledì, 29 Ottobre 2014 14:00

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