Passaggio a livello: Etica pubblica e coscienza individuale di fronte alle tragedie internazionali e a quelle di casa nostra
12-04-2015
Ubaldo Pacella
La sofferenza non ha limiti, ma presenta confini ben netti. È la tragica costatazione di come il mondo occidentale consideri nella realtà sociale ed istituzionale i fatti che avvengono anche poco lontano dalle propaggini fisiche nelle quali si estende il loro controllo. Le notizie agghiaccianti di stragi efferate compiute in Kenya o in Medioriente pongono forte l’interrogativo di quale limite abbia l’etica nella consapevolezza dell’individuo, della società e delle istituzioni. È un tema aspro e lancinante di ingiustizia che ci muove alla riflessione, prende alla gola per la gravità della violenza e non ci lascia liberi di riflettere su altre questioni che appaiono, al confronto di queste emergenze, puerili facezie.
Oltre 150 giovani adolescenti, per lo più cristiani, sono stati massacrati nei giorni scorsi in un campus universitario del Kenya. Non sappiamo quante centinaia di profughi palestinesi, tra cui decine di bambini lo siano nei pressi di Damasco, da parte dell’Isis. Le mani grondanti di questo sangue innocente sono di un terrorismo islamico che adotta un vessillo religioso per coprire con un gualcito drappo ideologico una violenza insensata, l’ultimo dei genocidi che scandisce la storia contemporanea.
Lo scandalo di questa violenza, perpetrata per di più nell’insensibilità della cultura occidentale è stata richiamata con accorata condivisione da Papa Francesco. Ciò che ferisce ed umilia è la sordità delle nostre istituzioni civili. Non parliamo dei Governi, né di una politica estera cinica e troppo spesso suicida che l’Occidente persegue ormai da un ventennio. Ci riferiamo a quella normalità apparente che finge di ignorare o trascurare una violenza così macabra perpetrata poco oltre le coste del Mediterraneo e che coinvolge popolazioni fragili per di più, almeno in un caso, affini per orientamento religioso.
L’Europa e l’Occidente si è giustamente mobilitato per il crimine terrorista di Charlie Hebdo, ma nulla accade per queste e altre vittime che la società occidentale sembra considerare di serie infinitamente minore. Affiggere una semplice pubblicità nel Metrò di Parigi ha richiesto l’intervento del Primo Ministro francese. In Italia e in Europa solo la comunità cattolica si è raccolta nella testimonianza per decine e decine di giovani ignobilmente massacrati in Kenya.
L’etica sembra quindi avere confini geografici ben definiti. È una drammatica constatazione mista di ingiustizia, di arrendevole insipienza, di mancanza di un progetto politico e culturale inclusivo, capace di traguardare un mondo migliore.
La politica estera occidentale sembra aleggiare su almeno venti anni di macerie e di sangue tra Africa, Asia e Medioriente. Incapace di elaborare un progetto inclusivo e tollerante di solidarietà umana, una visione dell’uomo improntata al rispetto dei diritti fondamentali, lontana dal cinismo e dalle apparenti convenienze economiche.
Constatiamo con amarezza disastri su disastri, incapacità e inadempienze che dalla prima guerra del Golfo ad oggi hanno saputo segnare soltanto terrorismo, violenza, corruzione pagata a caro prezzo dalle inermi popolazioni indigene. Poche le voci levatesi in questi anni per delimitare l’incapacità eversiva di questo o quello Stato che, in vista di tutelare i propri minuti interessi, non si è posto l’interrogativo di rompere il vaso di Pandora dei conflitti. Questo vale tanto per gli Stati Uniti, quanto per la Francia, l’Inghilterra, le potenze regionali mediorientali come l’Iran o l’Arabia Saudita.
La guerra civile sotterranea dell’islamismo tra shiiti e sunniti ha prodotto metastasi incontrollate come quella dell’Isis. Il progetto effimero di appoggiare elite sociali filoccidentali in Medioriente per superare i regimi esistenti in Egitto come in Siria, in Libia come in Tunisia è di fatto naufragato nel sangue innocente.
Dovremmo forse iniziare a riflettere non solo sui fallimenti dell’intera politica estera occidentale, di quella di altre grandi potenze regionali come Russia e Cina, di fronte ad una instabilità che non è utile a nessuno e consuma un delirio di violenza e un genocidio che non può non riguardarci. Nessuno di noi potrà dire che non sapeva, così come troppi hanno fatto nel secolo scorso di fronte ad altrettanti orrendi crimini, a partire da quelli nazisti o da quelli di Pol Pot in Oriente.
Sono interrogativi su cui meditare, per i quali è necessario un approfondimento nel segno dei valori fondamentali che ognuno di noi sembra costruire, ma che in realtà lasciamo violare senza mobilitazione e lontani da un vero senso di solidarietà.
Queste vicende coprono ogni altra modesta indignazione per le vicende di casa nostra. Queste ultime appaiono tanto puerili quanto banali, eppure coltivano nel loro profondo una radice antietica, violenta e intollerante che può, seppur di lontano, richiamare quella stessa cultura della violenza di cui abbiamo qui parlato.
È difficile riflettere su questioni tanto meno dolorose con la stessa lucidità. Assuefarci, tuttavia, al dominio della corruzione nella vita pubblica non è molto dissimile da quella responsabilità collettiva che abbiamo evocato.
Come interpretare, d’altro canto, il silenzio glaciale nel quale è caduta una intervista, a tutta prova dirompente, rilasciata martedì 7 aprile al quotidiano La Stampa dall’assessore alla legalità del Comune di Roma, Alfonso Sabella, nella quale sostiene che l’intera dirigenza del Comune di Roma è fuori controllo. La corruzione è dilagante a tal punto che non ci si preoccupa più neanche di mettere a posto almeno le carte tanto care all’italica burocrazia. Sabella richiama a questo proposito il paradosso del Comune di Palermo, infiltrato dalla mafia ma capace di avere almeno formalmente le carte in ordine. L’assessore alla legalità prosegue dicendo che almeno diecimila appalti del Comune di Roma sono illegali e che lui stesso ha inondato la Procura della Repubblica di documenti e denunce. Tutto ciò in un Paese che non fosse quello dei campanelli come l’Italia di oggi avrebbe dovuto scatenare, per lo meno, il putiferio delle opposizioni a partire dai rappresentati del Movimento 5 Stelle e di tutti gli altri soggetti pubblici, nonché della comunità civile. Nulla di tutto questo è avvenuto. Le dimissioni del segretario generale del Comune di Roma sarebbero state un gesto dovuto anziché di formale cortesia, poiché qualcuno dovrebbe pure nell’allegoria istituzionale degli Enti Locali italiani vigilare sui dirigenti e le loro decisioni.
Le dispute politiche sul ruolo, sulle competenze, sul riordino e sulla tassazione degli enti locali, di fronte a un così evidente sistema inefficiente, se non corrotto, appaiono un esercizio accademico. Sarà questa una ragione non ultima, del fatto che nessuno di noi, primo chi scrive, vorrebbe pagare meno tasse e che queste fossero rigorosamente gestite per il bene collettivo e non per l’utilità dei malversatori?
Non può mancare a questo punto un accenno alla sorte dell’Italicum. Siamo di fronte all’ennesimo braccio di ferro tra maggioranza e brandelli di minoranza del PD. Vedremo nei prossimi giorni quali novità emergeranno. Ci interroghiamo tuttavia sul fatto di una così scarsa progettualità politica che oggi contraddistingue il PD. Un partito egemone avrebbe tutto l’interesse a conquistare, in pieno, il massimo della responsabilità politica, soprattutto quando il campo avverso è attraversato da una crisi di sistema che lo rende di fatto debole e non competitivo.
I modesti conoscitori della storia concorderanno con noi che oggi sarebbe necessaria una cultura togliattiana. Prima di tutto conquistare il campo, sbaragliare l’avversario e solo successivamente fare i conti con la leadership interna. Tutto ciò sembra negato dai fatti dai nipotini di Bersani e D’Alema. Vorremmo evocare uno spirito grande gramsciano nella filosofia e nei progetti. Mettere a repentaglio oggi il PD per questioni, pur rilevanti, ma intrinsecamente interne alla dialettica politica è un azzardo che potrebbe costare caro all’Italia intera.
Il bene del Paese viene prima di quello di ogni modesta minoranza e degli strapuntini che essa vorrebbe conquistarsi. Varrebbe la pena di giocarsi una carta rischiosa ma di estrema novità nel crepuscolo del declino del berlusconismo. L’Italicum è il passepartout per almeno un quinquennio di Governo del PD, chi vuole bruciarlo solo per dispetto a Renzi, in quale considerazione tiene il nostro futuro di cittadini?
Fonte immagine: www.livingbusiness.it