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Cie

Cie, peggiori delle prigioni

il garantista 9 luglio 2014
Valentina Brinis
I Cie sono luoghi in cui vengono trattenuti i migranti privi di validi documenti di soggiorno, in attesa di essere identificati ed espulsi verso i loro paesi di provenienza. Le donne e gli uomini che vivono in quella situazione di limbo costituiscono a una bassissima percentuale degli stranieri irregolari.
Sono madri e padri di figli nati in Italia, e talvolta loro stessi hanno questa nazionalità; sono richiedenti asilo da poco sbarcati sulle coste siciliane, calabresi e pugliesi, che dell'Italia conoscono solo la realtà della reclusione; persone emigrate qui decenni fa e che della loro patria a stento ricordano i tratti; residenti che non hanno potuto rinnovare il permesso di soggiorno perché sprovvisti dei requisiti necessari, tra cui un contratto valido di lavoro; ex detenuti non identificati durante la detenzione che, una volta espiata la pena, respirano per un'ora l'aria della Questura per essere subito dopo trasferiti nel Cie, un altro luogo di reclusione. Ovvero un “carcere che non è un carcere, un orribile non luogo, immerso nel non tempo: una sorta di oscena e feroce matrioska, dove una gabbia contiene un'altra gabbia al cui interno si trova una successione di gabbie, cancelli, serrature, sbarre, lamiere, barriere", come racconta Luigi Manconi, Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato, dopo aver visitato numerosi Cie.

In Italia i centri attualmente attivi sono cinque a fronte dei tredici iniziali. I restanti otto sono stati chiusi perché mal funzionanti a causa delle pessime condizioni in cui si trovavano. Altri dovrebbero seguire la stessa sorte, e forse non dovevano mai essere realizzati per via degli originari problemi strutturali, che li rendevano invivibili già al momento dell'inaugurazione. Sono un esempio di queste due diverse situazioni i Cie di Bari e di Gradisca d'Isonzo, vicino a Gorizia. Nel primo, il Tribunale di Bari, dopo una perizia sollecitata dagli avvocati Luigi Paccione e Alessio Carlucci, ha confermato le carenze strutturali e igienico-sanitarie del centro, intimando al ministero dell'Interno di procedere alla ristrutturazione entro novanta giorni. Quel termine era previsto per lo scorso aprile.

La Commissione presieduta dal Senatore Manconi, nel corso dell'indagine svolta per accertare lo stato dei Cie in Italia, si è recata due volte nel centro di Bari: prima e dopo l'intervento di restauro. In entrambe le visite l'impressione è stata quella di un luogo che "richiama un clima carcerario". Questa valutazione è in linea con quella dello stesso Giudice barese, Francesco Caso, che nella sentenza in cui disponeva l'intervento, scriveva: "se lo stato degli stranieri trattenuti nei Cie in vista della loro espulsione fosse stato davvero assoggettato alla disciplina dell'ordinamento penitenziario vigente, la loro condizione sarebbe stata migliore e comunque molto più 'garantita', quanto meno sul piano formale”. Nonostante queste considerazioni il Cie di Bari è ancora in funzione, e al suo interno sono trattenuti oltre settanta uomini.

Il Cie di Gradisca è, invece, una ex caserma appositamente convertita in centro che richiama quell'architettura  “a gabbia” prima descritta. Qui gli spazi esterni ai moduli in muratura sono circondati da sbarre molto fitte che dividono una stanza dall'altra, delimitano i corridoi del passeggio e separano l'area di trattenimento da tutto il resto. Nella notte tra l’11 e il 12 agosto di un anno fa il centro fu   teatro di scontri, pestaggi e lanci di lacrimogeni.  Quella notte un uomo cadde dal tetto, rimase in coma per molti mesi e morì alla fine di aprile. Al termine di quelle proteste il Cie era inagibile, e il 5 novembre 2013 il Ministero dell’Interno dispose il trasferimento delle persone verso altri Cie. Una decisione presa per tutelare i diritti non solo dei trattenuti, ma anche di quanti vi lavoravano. Attualmente il centro è chiuso e la posizione del ministro dell'Interno Angelino Alfano oscilla tra la possibilità di una riapertura e la chiusura definitiva. La presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, le organizzazioni non governative locali e la stessa Commissione dei diritti umani del Senato, chiedono la trasformazione di quel luogo (qualora dovesse riaprire) in Cara, ovvero in un centro di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati. Lo fanno per affermare la dignità delle persone, la loro storia e anche quella del nostro Paese.

Pubblicato: Mercoledì, 29 Ottobre 2014 16:47

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