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Cie

Una scelta di civiltà

l'Unità, 03-04-2014
Luigi Manconi e Valentina Brinis
Finalmente è stato approvato alla Camera il disegno di legge sulle pene alternative che prevede, tra le altre cose, anche la depenalizzazione della fattispecie di immigrazione irregolare.
Ciò significa che il Governo dovrà, entro diciotto mesi, trasformare in illecito amministrativo l'attuale reato di immigrazione clandestina (previsto dall'articolo 10-bis del testo unico), rendendo penalmente rilevante solo il reingresso in Italia in violazione di un precedente provvedimento di espulsione.

Il reato, voluto dalla Lega Nord e dal Pdl, era stato introdotto nel 2009 e prevedeva una sanzione pecuniaria, che tuttavia non veniva mai irrogata in quanto l’espulsione determinava il proscioglimento. In questi anni, quel reato ha portato alla criminalizzazione di numerosissimi stranieri (solo ad Agrigento negli ultimi dodici mesi ne sono stati indagati migliaia e migliaia). È questo che costituisce, in particolare nella percezione dell’opinione pubblica, la “giustificazione” dell’esistenza dei Centri di identificazione ed espulsione: se lo straniero rappresenta una minaccia sociale e un pericolo per l’incolumità e la sicurezza dei cittadini, esso va “contenuto”, classificato come criminale, recluso nei Cie. Eppure, nonostante che siano stati avviati numerosi processi, quell'illecito non ha avuto l'effetto di dissuadere dall'ingresso irregolare quanti intendevano e intendono venire in Italia.

Ciò significa che il miglior modo di affrontare questo fenomeno non è quello di criminalizzare e punire, ma quello di agevolare e di rendere "più conveniente" (per tutti: italiani e stranieri) l'ingresso regolare. Ecco perché sarebbe opportuno introdurre il visto di ingresso per ricerca di occupazione, al fine di favorire l’incontro tra offerta e domanda nel nostro paese, contribuendo a regolarizzare una quota notevole degli ingressi e dei soggiorni non regolari. Il sistema attuale – decreto flussi, quote, chiamata nominativa – si basa sull’ipotesi, rivelatasi del tutto irrealistica, che offerta e domanda di lavoro si incontrino nei paesi di emigrazione. Con il visto di ingresso per ricerca di occupazione, chi voglia venire in Italia si deve rivolgere al consolato italiano nel suo paese. Lì rilascia copia del passaporto e impronte. Se non vi sono precedenti negativi, gli verrà riconosciuto un visto per cercare lavoro in Italia; tempo: sei o dodici mesi. Se trova lavoro, stipula un contratto e ottiene il permesso di soggiorno. Ciò, oltre tutto, scoraggerebbe i rapporti di lavoro in nero. Se non trova un’occupazione, deve tornare al suo paese, salvo concedergli in futuro un’altra chance. Per concludere. Il reato di immigrazione irregolare ha certamente influito sul modo di intendere la presenza straniera in Italia. Ha fatto sì che la categoria dei migranti venisse assimilata – secondo una concezione giuridica precedente allo stato di diritto – a quella di una «classe pericolosa»: da perseguire non per i reati commessi ma per la sua stessa condizione esistenziale (non per ciò che si fa, ma perciò che si è). Il Parlamento, la sua parte l'ha fatta. Ora spetta al Governo non essere da meno.

Pubblicato: Venerdì, 24 Ottobre 2014 20:15

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